lunedì 18 giugno 2007

XI little help

Performing Initial Adapter Engine Cache Refresh. Perform the initial cache refresh of the Adapter Engine by executing the following URL: http://<host>:<Java-Port>/CPACache/refresh?mode=full Where <host> is the Adapter Engine host and <Java-Port> is the HTTP port of the J2EE engine (The following naming convention applies: 5<Java_instance_number>00. 50000, for example, if your Java instance is 00).
Log on data: XIDIRUSER with password
Check that the response indicates that the cache refresh has been successfully executed.

Example: http://sap358:55800/CPACache/refresh?mode=full

Patching XI server (nota 750511):

  1. Create a database backup.
  2. Import the latest kernel patch (refer to note 19466).
  3. Import the Support Package for SAP Basis 6.40 that matches your XI target Support Package (refer to notes 83458 and 672651). BASIS & ABA
  4. Import the Support Package for your SAP J2EE Engine which is included in the corresponding Support Package Stack.
  5. Check if the Software Delivery Manager (SDM) runs in integrated mode, that is, dependently of the J2EE engine. This mode enables SDM to control the J2EE status during deployment.
    For this purpose, execute the following three commands:
    Windows (in the \usr\sap\<SID>\<instance>\SDM\program folder)
    StopServer.bat
    sdm.bat jstartup "mode=integrated"
    StartServer.bat
    Unix (in the /usr/sap/<SID>/<instance>/SDM/program folder)
    StopServer.sh
    sdm.sh jstartup mode=integrated
    StartServer.sh

  6. Start the RemoteGui of the SDM and deploy the archives:

  • SAPXIAFCnn_m.sca of the software component XI ADAPTER FRAMEWORK CORE 3.0
  • SAPXIAFnn_m.sca of the software component XI ADAPTER FRAMEWORK 3.0
  • SAPXITOOLnn_m.sca of the software component XI TOOLS 3.0

in one deployment action (see note 656711). SDM will control the J2EE for the offline deployment of SAPXIAFCnn_m.sca. In addition to the RemoteGui status information you may tail sdmlog.log in the "/usr/sap/<SID>//SDM/program/log" folder for detailed deployment status including J2EE shutdown and restart. 7. Import the relevant content for the XI Support Package release, that is, the SAPBASISnn_m.zip archive of the XI CONTENT SAP_BASIS 6.40 software component (see note 705541).

  • Note 750511 - SAP Exchange Infrastructure 3.0: Patch procedure >= SP04 | Support package stack guide <-- PDF
  • kernel update su NW04 e superiori: gli eseguibili vanno aggiornati su piu' locazioni (3)
  • Note 656711 - Deploying Java Support Packages with SDM
  • Note 705541 - XI 3.0 (Support Package 1 and higher): Importing XI Content

integration builder: tcode SXMB_IFR

XI high level process flow. I assume you already know the components and terminologies before we proceed into this section. In a nutshell the end to end process flow of SAP XI is depicted over here:

  1. Create products, software component versions, technical systems, business systems in the System Landscape Directory (SLD).
  2. Import the software component version into the Integration Repository (IR) from the SLD and start developing the source/target messages, source/target message interfaces and mapping between source and target systems.
  3. Import the business systems into the Integration Directory (ID) and start configuring the sender/receiver communication channels, agreements, receiver and interface determination that binds the interfaces and the routing.
  4. Once the configuration is complete we need to test the interface and see if the message is sent from the sender to the receiver successfully or correct the error if it occurred. You do it through the monitoring the tools Runtime Work Bench in the Integration Builder and using sxmb_moni transaction code in the ABAP stack of SAP XI.

Rationale for isolating various components in SAP XI:
One of the most frequent questions that might arise about the architecture is that rationale behind isolating various components. The reason is simple Reusability of the Integration Content. I need an example whenever some one enlightens me with their knowledge. The best example for this case is the separation of integration repository and integration directory allows you to re-use the message interfaces and mapping logics for any system landscape. All you just need to do is to import the .tpz file into any repository and configure it according to the customer system landscape. Do you agree with me?

What happens when a message reaches SAP XI?
This is some thing who wants to learn SAP XI has to understand for trouble shooting the errors that might occur in the message life cycle. Refer Message Lifecycle in SAP XI.

Configurations that has to be set in SAP XI system:
After the SAP XI system is installed by your SAP Basis you need to do some configuration and system readiness check before the starting the developments of SAP XI. Configurations are usually done by SAP basis but these links might be handy to understand weird errors that occur commonly in SAP XI. Refer the links SAP XI configuration and the SAP note 817920 for system readiness check.XI_flow

domenica 15 aprile 2007

Esportare la democrazia?

Esportare la democrazia è possibile, ma l'ostacolo è il monoteismo di Giovanni Sartori

Al quesito se la democrazia sia esportabile, si può obiettare che la democrazia è nata un po' dappertutto, e quindi che gli occidentali peccano di arroganza quando ne parlano come di una loro invenzione e vedono il problema in termini di esportazione. Questa tesi è stata illustrata in un recente libriccino (tale in tutti i sensi) intitolato La democrazia degli altri dell'acclamatissimo premio Nobel Amartya Sen. (...)
A dispetto di Sen e del suo terzomondismo, la democrazia — e più esattamente la liberaldemocrazia — è una creazione della cultura e della civiltà occidentale. La «democrazia degli altri» non c'è e non è mai esistita, salvo che per piccoli gruppi operanti faccia a faccia che non sono per nulla equivalenti alla democrazia come Stato «in grande». Pertanto il quesito se la democrazia sia esportabile è un quesito corretto. Al quale si può obiettare che questa esportazione sottintende un imperialismo culturale e l'imposizione di un modello eurocentrico. Ma se è così, è così. Le cose buone io le prendo da ovunque provengano.
Per esempio, io sono lietissimo di adoperare i numeri arabi. Li dovrei respingere perché sono arabi? Allora la democrazia è esportabile? Rispondo: in misura abbastanza sorprendente, sì; ma non dappertutto e non sempre. E il punto preliminare è in quale delle sue parti costitutive sia esportabile, o più esportabile.
In questa ottica il concetto di liberaldemocrazia deve essere scomposto nei due elementi — liberale e democratico — che lo compongono. La componente liberale è «liberante»: libera il demos dalla oppressione, dalla servitù, dal dispotismo. La componente democratica è, invece, «potenziante» nel senso che potenzia il demos. Il che può essere ridetto così: che la liberaldemocrazia è in primo luogo demoprotezione, la protezione del popolo dalla tirannide; e, secondo, demopotere, l'attribuzione al popolo di quote, e anche quote crescenti, di effettivo esercizio del potere. Storicamente parlando, la creazione di un demos libero da, libero dalla oppressione politica, e quindi politicamente protetto, è specialmente dovuta a Locke e al costituzionalismo liberale. Ma un demos libero è anche un demos che entra nella «casa del potere», che si afferma domandando e ottenendo. E questa è la componente specificatamente democratica della liberaldemocrazia. Quale elemento — la demoprotezione o il demopotere — è il più importante? (...)
L'importanza in questione è procedurale: stabilire cosa viene prima e cosa viene dopo, quali siano le fondamenta della costruzione, e perciò stesso quale sia il supporto fondante dell'insieme. Se non c'è prima libertà da, non ci sarà dopo libertà di; se non c'è prima demoprotezione non ci può essere demopotere. Dovrebbe essere ovvio. Purtroppo non lo è. Quindi insisto, debbo insistere: la componente liberale della liberaldemocrazia ne è la condizione necessaria sine qua non, mentre la componente democratica ne è l'elemento variabile che ci può essere ma anche non essere. Il che equivale a dire che la demoprotezione costituisce una definizione minima della democrazia che ne è anche la definizione essenziale, mentre il demopotere ne definisce le caratteristiche contingenti che si possono manifestare in diverso modo e misura.

Torniamo alla esportabilità. Se, come ho appena detto, la demoprotezione è l'elemento necessario - minimo della liberaldemocrazia, ne consegue che ne dovrebbe anche essere l'elemento universale, o comunque più universabilizzabile, più facile da esportare. Questo trapianto può avvenire per contagio, e quindi in modo endogeno, oppure può risultare da una sconfitta militare ed essere una esportazione imposta con la forza. Gli esempi più citati di democrazia costituzionale imposta con successo dalle armi e da una occupazione militare sono, a seguito della Seconda guerra mondiale, Giappone, Germania e Italia. Ma questo è un assemblaggio statistico stupido, nel quale soltanto il Giappone è un caso significativo. La Germania nazista era stata preceduta dalla Repubblica di Weimar, e l'Italia fascista dall'Italia risorgimentale e giolittiana. In questi due casi il ritorno alla democrazia sarebbe avvenuto comunque o sarebbe stato pactado (come lo è stato in Spagna alla morte del generale Franco). Il Giappone sta invece a sé, è un caso reso diverso dalla sua netta eterogeneità culturale. E qui la lunga occupazione militare americana è stata senza dubbio determinante. Però è anche vero che la cultura giapponese si prestava al trapianto. Intanto, e in primo luogo, il Giappone era da tempo un Paese modernizzato; tale in virtù della cosiddetta, ed erroneamente detta, restaurazione Meiji della seconda metà dell'800. In secondo luogo, quando arrivò il generale MacArthur i giapponesi obbedivano all'imperatore, e l'imperatore ordinò ai suoi sudditi di obbedire al proconsole americano. Infine, e in terzo luogo, in Giappone non c'era un ostacolo religioso: lo scintoismo dei giapponesi è una religione, per così dire, molto tranquilla e molto laica. Così la democratizzazione del Giappone non pose problemi e non si imbatté in ostacoli. Il caso del Giappone dimostra più e meglio di ogni altro che la democrazia non è necessariamente vincolata al sistema di credenze e di valori della civiltà occidentale. I giapponesi restano culturalmente giapponesi ma apprezzano, allo stesso tempo, il metodo di governo occidentale.
Ma il caso più significativo è quello dell'India, che ha assorbito dalla lunga presenza e dominazione degli inglesi (non certo da inesistenti credenziali autoctone) le regole del costituzionalismo britannico e le ha poi mantenute e fatte proprie. Ma l'ostacolo religioso era, in India, più serio e complesso che in Giappone. Le grandi religioni indiane sono, nell'ordine, l'induismo, il buddismo e l'islamismo. L'induismo definisce l'identità del Paese, si tinge sempre più di nazionalismo e non è sempre una religione placida; però è anche una religione panteistica e sincretistica. Può accettare, come di fatto ha accettato, la democrazia. D'altra parte il buddismo è una religione meditativa che non pone problemi. Problemi che sono invece irriducibilmente creati dal monoteismo islamico. Tant'è vero che quando gli inglesi se ne andarono, si dovettero rassegnare a smembrare l'India creando un territorio islamico che poi si è a sua volta suddiviso in due Stati: il Pakistan e il Bangladesh. Qui importa sottolineare, primo, che senza questo scorporo l'India rischiava di essere dilaniata, nonostante mille anni di coesistenza, da una terribile guerra civile; secondo, che se l'India è una democrazia è perché l'ostacolo islamico è stato largamente rimosso dalla spartizione del Paese. Anche per l'India, come per il Giappone, si può quindi concludere che una eterogeneità culturale non impedisce l'adozione di una democrazia di tipo occidentale. La religione non è un ostacolo se e quando può accettare la laicità della politica. Il che spiega come mai l'India sia una democrazia «importata» che peraltro lascia gli indiani come sono, e cioè culturalmente indiani.
Ricapitolando, non è vero che la democrazia costituzionale, specialmente nella sua essenza di sistema di demoprotezione, non sia esportabile/importabile al di fuori del contesto della cultura occidentale. Però il suo accoglimento si può imbattere nell'ostacolo delle religioni monoteistiche. Il problema va inquadrato storicamente così.